Cari amici ecco il nuovo blog  che vi racconterà il viaggio intorno al mondo di Argentina con Paolo ed Enrico.
Ringrazio Edoardo Scotto che lo ha realizzato e lo aggiornerà con il diario di bordo insieme a Renato. Saremo così in contatto con tutti coloro che vorranno seguirci nella nostra avventura. Come probabilmente saprete, dopo la prima traversata atlantica con Enzo, Argentina ha dovuto aspettare qualche anno gravato da problematiche varie,dubbi e incertezze prima di poter riprendere il largo.Nel frattempo su Argentina sono state apportate tante migliorie la cui realizzazione mi ha comportato un anno di intenso e faticoso lavoro. Eccoci quindi pronti a" respirare il vento degli Alisei",come dice la frase di H.Martinson, ma partendo da una convinzione intima di ricerca di se stessi. Frase sicuramente abusata da chi è sempre in cerca d'avventura in qualsiasi campo sia esso mare,montagna o quant'altro. E' per questo motivo che invece di aprire il blog con una foto "gagliarda e potente" apriamo con una foto raccolta e meditativa: la foto di Argentina all'ancora in una baia di una piccola isola greca " Kyra Panagia" dove è situato il Monastero ortodosso omonimo abitato da un monaco solitario. L'anno scorso quando abbiamo visitato il monastero mi sono fermato in un punto panoramico e dall'alto ho visto Argentina, sola, racchiusa in questa magnifica insenatura ed ho provato una sensazione intima, di raccoglimento, probabilmente esaltata anche dal luogo. Credo che questo spirito,questa sensazione mi accompagnerà durante la nuova lunga avventura.
Buon viaggio e buon vento a tutti gli amici che navigheranno con noi e buona lettura a tutti quelli che ci seguiranno da lontano e che incontreremo ogni anno al nostro "Argentina Party".
Ciao a tutti. 
Paolo.

domenica 19 giugno 2016

Maupiti, sabato 18 giugno 2016. Maupiti, splendida isola in una meravigliosa cornice.




Così si espresse Charles Darwin nella sua enunciazione della teoria sulla formazione delle barriere coralline, osservando Moorea dalla cima di Tahiti. Potremmo aggiungere uno strepitoso passpartout con
giochi di merletti che assumono tutte le possibili sfumature cromatiche dell'azzurro. Così infatti ci è apparsa l'isola dalla sua cima più alta, il Mont Teurufaattiu di ben 380 m a picco sul mare.
La selvaggia Maupiti, la più ad occidente delle Isole della Società fu tra le prime ad essere colonizzata oltre mille anni fa dai “vikinghi del Pacifico”, che venivano da Ovest, per l'appunto. I suoi pochi abitanti discendono tutti direttamente dagli Dei, e gli antichi sacerdoti erano talmente importanti che i re della
Hawai, delle Marchesi, delle Gambier e di tutto il mondo conosciuto venivano qui per l'investitura. Maupiti fu anche la prima ad essere “scoperta” dai navigatori occidentali. Si dice che qui giunse nel 1722, mezzo secolo prima che a Tahiti, l'olandese Jacob Roggeveen. Non è chiaro se si limitò ad osservare l'isola dall'esterno o se sia sceso a terra. Certo l'entrata, ma soprattutto l'uscita, dalla Passe Oinoiao con una nave a vele quadre, con l'aliseo dominante di SE sembrerebbe assai improbabile. Sarebbe dovuto uscire con pochissima tela, quel tanto da poter governare a zigzag, facendosi trasportare dalla corrente uscente, col rischio di perdere il controllo della nave ed andarsi a sfracellare sui coralli. Nemmeno James Cook, l'intrepido capitano che nella
Guerra dei Sette Anni aveva risalito tra le secche il fiume San Lorenzo fin
sotto Quebec in barba allo stesso Bougainville, quarantasette anni dopo non osò entrare a Maupiti, si limitò a cartografarla grazie anche alle preziose informazioni di Tupia, così, come del resto aveva fatto anche alla ben più facile Bora Bora.
Una splendida isola in una meravigliosa cornice.


Per anni Maupiti è rimasta al di fuori del mondo conservando il suo fascino
selvaggio. Gli unici europei ad intervenire in maniera decisa furono i missionari anglicani della London Missionary Society che, dalla metà dell'ottocento, governarono di fatto l'isola fino alla Seconda Guerra Mondiale quando la Francia ne assunse il controllo.
Oggi le massime autorità di Maupiti sono due, una di mare ed una di terra. In
mare vi un rubicondo personaggio che su una specie di trabiccolo galleggiante va a ritirare l'obolo dalle barche che stazionano alle boe, dà informazioni turistiche, istruzioni per il carico dell'acqua e lo scarico della poubelle, accompagna  i rari turisti a vedere le mante addentrandosi con un rumoroso ed inquinante fuoribordo nell'oasi ecologica dove è vietata la navigazione, poi li porta all'inizio della Passe a vedere i coralli ed i pesci tropicali, e li va a riprendere in mare aperto dove vengono trascinati dalla corrente, sempre che non gli sfugga qualcuno. L'indiscussa autorità di terra, non essendoci la Gendarmerie, è il vigile urbano che gira su un possente pikup il cui compito principale è quello di raccattare le anziane signore che si perdono lungo l'unica strada che circumnaviga l'isola e riportarle a destinazione. Ha comunque anche lui l'incarico di dare informazioni ed intrattenere amabilmente i quattro o cinque turisti che girano per l'isola, e che ormai conosciamo a memoria.

Di fronte al ''Pisco Montano'' di Vaiea

Hoggs lookout
I Penati proteggono la casa

Maupiti patrimonio dell'umanità UNESCO

A Maupiti vi sono poi due fornai che a giorni alterni e sfalzati sfornano alle cinque del mattino, ma se ci si mette in fila dopo le quattro non c'è speranza che rimanga del pane anche per noi, del resto qui il pane “nondum maturum est”: troviamo assai più buone le gallette. Ce lo ha illustrato dettagliatamente la rotonda cassiera del “magasin”, un submercato che vende quasi nulla, che alla nostra domanda di pane si è rotolata tra le scansie in preda ad un attacco di risa convulso, che ha raggiunto il parossismo più sfrenato all'ulteriore richiesta di latte fresco.
A Maupiti non esiste cimitero. I cari estinti ora Dei restano nel giardino di
famiglia attorno alla casa, in modo che le dolci pronipoti possano intrattenere i loro Penati con soavi nenie
accompagnandosi con l'oculele.
Argentina e la Passe de Onoiau.


Il corpo di ballo di Maupiti è un po' sgangherato a paragone di quello di altre
isole, forse sono ancora un po' indietro con le prove, ed il tempo incalza per la l'Heiva, la gara di danza tradizionale che si tiene per quattro settimane a Tahiti a partire da fine giugno. Un bravo maestro, che interpreta un ruolo tipicamente femminile con veloci vibrazioni dei fianchi, cerca disperatamente di far ondeggiare alcuni fondi di schiena di prosperose signore, ma viene superato, se non altro sotto
il profilo estetico, da graziose ed aitanti giovinette. Il coro è ammaliante, ad
una dolce melodia dei mezzosoprano risponde un controcanto tenorile.
Le mante danno appuntamento tutti i giorni alle 10 e 17, festivi esclusi, ad una boa al limite della zona protetta a loro riservata. Il nostro Capitano Generale ha avuto la sfacciataggine di portarsi
sotto una di esse, che seccata per l'impudenza se ne andata senza partecipare con le altre al consueto defilé.
La salita al  Mont Teurufaattiu è abbastanza agevole ed avviene quasi tutta al fresco all'ombra della foresta tropicale ricca di fiori di hibiscus gialli, rossi, e di tanti altri colori su un agevole sentiero balisé. Arrivati in cresta  qualche tratto più ripido richiede qualche passo di elementare arrampicata su roccia vulcanica relativamente solida.
Ricordando la comune vocazione alpinistica
Vi sono delle corde fisse abbastanza utili in caso di pioggia soprattutto in discesa. In realtà non si tratta di corde ma di cime fisse, come si può dedurre dai nodi marinareschi e soprattutto dalle impiombature, ben
note alla gente di mare, ma assolutamente sconosciute ai montanari.
Il giro dell'isola è di solo una decina di chilometri e può essere fatto comodamente a piedi in un paio d'ore, senza però dimenticare di visitare la splendida spiaggia di Tereia dalla candida sabbia finissima e dall'acqua cristallina, con gli hibiscus in riva al mare tra le palme da cocco. Di qui a piedi con l'acqua alla vita si può attraversare la laguna, facendo attenzione a non pestare le mante e raggiungere il motu di fronte sulla barriera
corallina.

Domani per Rita e Sandro il viaggio su Argentina volge al termine per quest'anno. Domani prenderemo il volo dall'aeroporto di Maupiti, se esiste, se non era un miraggio la macchina volante avvistata ieri dalla sommità del monte, che, come da manuale, ha eseguito il sopravvento, virata finale, inserimento dei flaps,
finale, richiamo, stallo, thrust reverse, parcheggio.

Sala d'attesa dell'aeroporto di Maupiti
È stato un viaggio affascinante e coinvolgente ricco di esperienze nautiche e più in generale esperienze di vita che ci ha fatto conoscere un mondo diverso dal nostro con una umanità serena e ricca di tradizioni interessanti, che ad ogni incontro ci augura “ia'ora'na” sempre con il sorriso. Grazie “mau'ruu'ru” al nostro
Capitano Generale abbiamo visitato posti eccezionalmente belli, conosciuto l'emisfero australe con il suo cielo stracolmo di stelle in quanto continuamente generate dal matrimonio tra sole e luna, matrimonio che si consuma durante le eclissi, e, sulla orma dei grandi esploratori del passato,  abbiamo riscoperto, chi più chi meno, il Buon Selvaggio dell'Età dell'Oro che alberga in noi stessi.
Da domani il Diario di Argentina sarà forse migliore, sicuramente più veritiero
e più realistico.
Sandro


giovedì 16 giugno 2016

Maupiti, 15 giugno 2016. Nuovo equipaggio

Venerdì 10 giugno. Di buon ora arriva Gianni, fresco fresco dall'Italia dopo
sole 48 ore di voli. Si verifica che le riparazioni eseguite negli ultimi giorni al
cantiere abbiano sortito l'effetto desiderato, cioè che vi sia qualche difetto
sostanziale. Nel pomeriggio si prende commiato dal Raiatea Carenage tra
abbracci, baci, effusioni di vario genere, lacrime di commozione generale: tanto,
dato il tempo pessimo lunedì ci ritroveranno sempre qui davanti.

Sabato 11 giugno. Come previsto dal meteo non ci si muove neppure con il tender,
si passa la giornata a mettere in disordine la barca e a dormire.

Domenica  12 giugno. Lasciando infine la boa per l'ennesima volta si lancia sul
canale internazionale di chiamata il messaggio: “Raiatea Aeroport,  Raiatea
Aeroport, du bateau à voile Argentina. Ia'ora'na! Nous passerons sous le sentier de
descente de la piste 9”,  tra lo stupore generale dalla torre di controllo  per
la prima volta ci rispondono, con uno scanzonato “bye! bye!”.
Con la sola trinchetta all'interno della laguna, incuranti della grande piovra
che lì pronta attende i marinai distratti, raggiungiamo a NW di Taha'a il mai
troppo lodato Jardin des Coraux che ovviamente non ci delude neanche in questa
giornata un po' uggiosa senza sole.
Infine ci portiamo nella baia di fronte di Tapuamu, che, nonostante il nome non
è affatto inviolabile, cioè “tapu”. A sera si va a terra per  la cena alle mitiche
roulotte. Per non si sa quale regola amministrativa, suggerita probabilmente da
qualche transfuga geometra italiano esperto in condoni edilizi ed elusioni
fiscali, qui nella Polinesia Francese pullulano questi ristoranti su ruote che se
qualcuno provasse a muovere si aprirebbero in quattro e farebbero crollare
inesorabilmente tutte le sovrastrutture posticce che si appoggiano ad esse.
Le roulotte offrono sempre il solito pollo, bistecca o tonno alla griglia con
patatine fritte e non hanno la licenza per vendere alcolici, neppure la
onnipresente birra Hinano di Tahiti.
Infine abbiamo assistito alle prove di danza della gioventù locale. Incredibile
come in una località di una ventina di anime si riescano a trovare una cinquantina
di giovani disposti a praticare questa disciplina nazionale. Completamente
scomparsa nell'800 grazie all'opera moralizzatrice della London Missionary Society
la danza è stata riesumata, in forma castigata, con il grosso contributo della
Chiesa Anglicana che ha voluto ricreare un sentire nazionale, una specie di rivalsa
alla francesizzazione.
Il 3 agosto 1769, in compagnia dei ben noti gentlements della Royal Society, James
Cook si imbatté a Raiatea in una compagnia di danzatori che li intrattennero per
due ore e che “during all that time afforded us great entertainment”. La
compagnia era composta da due danzatrici e sei uomini con tre tamburi e Tupia li
informò che erano tenuti in grande considerazione da tutti. Le donne avevano sulla
testa “a considerable quantity of Tamou, or plaited hair, which was brought
several times round the head, and adorned in many parts with the flowers of the
cape-jessamine (sarà la tiaré?), which were stuck in with match taste, and made a
head-dress truly elegant.” Il collo e le spalle  erano nudi così come il petto e la
parte bassa delle braccia, mentre gli avambracci erano coperti da una stoffa
nera con inserite due piccole penne nere da ambo i lati che le solleticavano i
seni. Sui fianchi vi era una grande quantità di stoffe giocose che in alto arrivano
sotto il petto ed i basso terminavano in lunghe sottane che quasi nascondevano le
loro scarpe e che fanno oscillare con tale destrezza durante tutta la danza da
farle apparire alternativamente di diversi colori. In questa foggia esse avanzavano
da un lato con passo misurato tenendo il tempo vivace e pesante dei tamburi  in
maniera eccellente, immediatamente dopo cominciavano a scuotere i fianchi agitando
in un moto frenetico e travolgente le piege dei vestiti per tutta la durata, il
corpo lanciato in varie posizioni, ritte in piedi, adagiate, talvolta poggiate
sulle ginocchia o sui gomiti, muovendo anche le dita allo stesso tempo con una
velocità difficile da immaginare. Cook non ci dice nulla degli uomini, ma introduce
l'episodio delle perle della danzatrice. Una di queste ragazze aveva in testa
tre perle, una delle quali molto grande, ma brutta e di piccolo valore, le altre
due piccole come un pisello, lucenti di un bel colore anche se rovinate poiché
bucate da parte a parte. Mr Banks le propose di comprargliele a qualunque prezzo,
ma lei rifiutò anche quando le valutò quattro maiali più qualunque cosa lei avesse
scelto. Alla fine si concordò un valore molto vicino alle stime correnti, ma non
per quelle perle, ma per altre simili non bucate, come se il vero valore stesse nel
buco. Successivamente annota che ”Much of the dexterity of the dancers, however,
and the entertainment of the spectators,consisted in the wantonness of their
attitudes and gestures, which was, indeed, such as exceeds all description. Between
the dances of the women, the men performed a kind of dramatic interlude, in which
there was dialogue as well as dancing; but we were not sufficiently acquainted with
their language to understand the subject”. È un vero peccato che non abbiano capito
il loro linguaggio, sarebbe stato prezioso. In una civiltà che non conosceva la
scrittura, la danza costituiva un'importante fonte di conoscenza e di
documentazione per tramandare di generazione in generazione le principali gesta di
quel popolo, un po' come da noi lo sono stati i poemi omerici.

Lunedì 13 giugno. Si speda l'ancora su un fondale di 25 m della rada di Tapuamu
e si esce dalla Passe di Pai Pai a noi già nota. Ci si dirige su Bora Bora con
bordi al lasco, con poco vento ed abbastanza onda dovuta ai venti dei giorni
scorsi,e stimabile sui due metri. A Bora Bora davanti a Vaitape troviamo tutte le
boecgià occupate da altre barche, mentre la boa vicino al pontiletto del ristorante
dello Yacht Club, a cui siamo particolarmente affezionati, è misteriosamente
scomparsa.
Col tender riusciamo ad individuare il pendino a circa 2 m sotto il pelo dell'acqua
e lo recuperiamo. Il sospetto è che quelli del ristorante abbiano tolto la boa
perché troppo vicina alla connessione wifi. Poi invece si scopre che è stato il
proprietario della barca di alluminio ormeggiata sul pontiletto da almeno due
anni e che non vuole altre barche vicine alla sua. Ci viene a chiedere con
cortesia, ma con una discreta insistenza di cazzare a morte il pendino per rimanere
il più lontano possibile da lui, e non si allontana finché non ci vede stramazzare
per la fatica. Si conclude la serata con lo squisito tonno pinna gialla, cucinato
da Rita in maniera divina, pescato con la più stupida delle esche, mentre le esche
supertecnologiche si rifiutano di prendere alcunché.

Motu Tau Tau col Giardino dei Coralli, Bora Bora

Passe Pao Pao sul fondo Raiatea


Martedì 14 giugno. Dovendo Argentina, dopo essere passata per la sperduta
Maupiti, lasciare la Polinesia Francese per mete assai lontane, si è provveduto a
rifornirla di tutti i generi di prima necessità.
Si è riempita la stiva di perle, di collane e braccialetti, di parei, di
calamite con vedute delle isole, oli monoï alla tiaré, di immagini plastiche di
Bora Bora con la neve e di altri generi meno essenziali quali viveri e carburanti.
A mezzanotte si lascia la boa e si parte per Maupiti con l'intenzione di superare
all'alba la Passe Oinoiao  quando è meno impetuosa la corrente che qui, a detta di
tutti, è sempre incredibilmente uscente, quasi ci fosse una fonte inesauribile.
Arriviamo in anticipo in vista dell'isola e per aspettare l'alba ammaniamo
fiocco e randa e procediamo quasi a 3 nodi con solo albero, boma, stralli, sartie,
drizze e mutande stese. L'onda è sicuramente valutabile al disopra di quel metro e
mezzo, che secondo i più dovrebbe consigliare a rinunciare. Appena fa luce ci
troviamo infine all'imboccatura della Passe e con decisione, col motore a numero di
giri sostenuto, ci gettiamo sul primo allineamento tra due schiere di frangenti a
breve distanza dalle fiancate. Superati i primi metri la superficie del mare si
calma improvvisamente e dirigersi sul secondo allineamento è  assai agevole, anche
la paventata corrente in uscita è debole, non sembra che superi il nodo. Quindi
in tutta calma aggiriamo il Motu Pitiahe e ci ormeggiamo ad una boa. Calata la
tensione organizziamo una ricca colazione in questa splendida cornice azzurrina.
Anche il mistero della conservazione della massa viene chiarito: l'aliseo
prevalente di Sud Est crea una serie di frangenti che penetrano nel rif e innescano
due vortici controrotanti contigui che generano la corrente uscente, che quindi non
ha nulla a che vedere con la marea astronomica.
Perché poi debba essere minima all'alba questo è un mistero che gli esperti di
Meccanica dei Fluidi della Sapienza non hanno compreso, ma che tutti i mahoi
conoscono.
Sandro

sabato 11 giugno 2016

Raiatea, 9 giugno 2016.



Tramonto su Bora Bora nel jardin des coraux

Veleggiando verso Taha'a e Raiatea

Domenica 5 giugno. Siamo rimasti in tre: Paolo, Rita e Sandro. Al mattino si
lascia Bora Bora, e con una quindicina di nodi di vento Argentina fila spedita
verso Taha'a. È la prima vera veleggiata della stagione. Entriamo nella laguna
da Ovest, dalla Passe di Paipai nell'unico intervallo calmo nella corona di
spettacolari frangenti a tunnels che incornicia l'isola.
Ritorniamo verso Nord all'interno della laguna per dare fondo in prossimità dei
Motu Tau Tau e Maharare.
Qui ci siamo immersi nelle cristalline acque trai due Motu nel celebre “jardin
des coraux”. Nessuno si aspettava di ritrovarsi in questo ineguagliabile
Paradiso Subacqueo, che supera vertiginosamente quanto mai visto fin'ora.
Coralli a fior d'acqua iridescenti, trai quali risaltavano quelli bianchi
luminosissimi viranti ai bordi verso il blu, verso il giada, verso il lilla.
Enormi anemoni di mare rosso vermiglio ricoperti da un candido mantello di
velluto. Pesci tropicali di tutte le specie e di tutte le possibili sfumature
cromatiche, che, incuriositi, ci punzecchiavano le gambe, tra questi uno strano
pesce vistoso e socievole, vestito di una ridicola e variopinta tuta da
pagliaccio decisamente comica.    Per non parlare poi delle vongole giganti, le
tridacnae maximae, che al nostro passaggio, serrando le valve ondulate, celavano
pudicamente il loro corpo di un vivido color cobalto.  Abbiamo faticosamente
risalito la corrente nel canale trai due Motu con le pinne ed una volta arrivati
in fondo, nei pressi del reef, siamo ridiscesi utilizzando le pinne questa volta
per frenare, proprio come in una escursione scialpinistica, con la differenza
che in ambiente marino non si calzano le pelli di foca.
Grande fu la nostra sorpresa di trovarci accanto la barca, battente bandiera
olandese, di Agatha e del suo “only a friend”, che ci avevano lasciato il giorno
prima da Bora Bora, allorché lei si sbracciava in sperticati saluti.  Di lei
nessuna traccia anche quando, rinforzando il vento, lui correva freneticamente
da poppa a prua rinforzando l'ormeggio e sollevando da solo, con pericolose
contorsioni, il gommone. Si sono fatte le più diverse congetture. Chi sosteneva
di averla vista percorrere in bicicletta con un attillato vestito leopardato le
strade di Taha'a, chi invece che lui, preso da un improvviso raptus, l'avesse
fatta a pezzi e riposta nella stiva.   La veritá è un'altra: lui “der fligänder
holländer”, avendo sfidato la divinità marina del Valhalla col vantantarsi di
essere il più bravo sollevatore di gommoni, è stato condannato a questo
eterno peregrinare per i mari dell'orbe, né gli è concesso di accorgersi delle
avances di lei, che si trova quindi costretta in bicicletta a percorrere tutte
le isole del mondo. Finché un giorno, grazie all'intervento di una benevola
Ondina, sarà lei ad issare il gommone a bordo con gesti ammiccanti e voluttuosi,
a quel punto lui si accorgerà di lei, se ne innamorerà, e l'incantesimo del
Vascello Fantasma sarà sciolto. Vivranno insieme felici e contenti una sana
vecchiaia nei loro Bassi Paesi, sostenuti da una modesta, ma dignitosa, pensione
erogata dal Fondo Speciale Olandesi Volanti dell'INPS.
Al tramonto del sole dietro Bora Bora, incorniciata trai due Motu, nei pressi
del Giardino dei Coralli Rita ci ha regalato una sublime crema pasticciera alla
vaniglia. È questa la “prova gastrologica” che mancava alla “Summa”
dell'Aquinate.
Vista da Argentina alla boa del Raiatea Carenage

Lunedì 6 giugno. La laguna attorno alle isole di Taha'a e Raiatea presenta un
punto di attrazione, un avvallamento nella superficie del mare, nella parte Nord
della Sacra Isola di Hawai'i, Raiatea, in corrispondenza del Raiatea Carenage.
Qui Argentina, non si sa bene come, si è ritrovata in una giornata di pioggia
scrosciante con scarsa visibilità. Qui infatti è stato creato il mondo
direttamente da Ta'aroa, una specie di Saturno, che dopo aver formato l'isola ha
fatto nascere in essa le altre divinità quali Tane, assimilabile a Giove, lo
scavezzacollo Hiro, assimilabile a Mercurio, delle cui marachelle ci si è già
dovuti occupare, e tanti altri dei, re, guerrieri, danzatori, vahine.  Ta'aroa
ha anche creato il resto del mondo, ma qui si è rivelato un po' maldestro e per
una serie di incidenti occorsi alle terre che gli scappavano dalle maglie della
sua rete da pesca, mentre andava con la sua  sua piroga, anziché creare un
continente gli è uscita fuori una miriade di isole, una poli nesia.
Il canale che divide Taha'a da Raiatea è il tratto di mare più pericoloso del
mondo, qui numerose piroghe si sono perse divorate dalla Piovra Gigante che
estende i sui otto tentacoli in tutto l'Oceano per indicare le rotte verso le
altre terre conosciute: Hawai, Marchesi, Pasqua, Rarotonga, Tonga, Nuova
Zelanda, Figi, Samoa, Kiribati. Solo chi segue le indicazioni della piovra,
pace, bontà, solidarietà, potrà arrivare sano e salvo a destinazione.
Il prossimo appuntamento con chi arriva e chi parte lo abbiamo qui tra vari
giorni; ci sarà tutto il tempo di apportare le più fantasiose “peggioríe” ai
diversi apparati di bordo.
Approfittando della pessima giornata e della pioggia scrosciante Paolo va a
recuperare qualche chilometro  più in là la famosa bicicletta di Enrico che
giace da un anno presso un ciclista cinese per le riparazioni. Trattasi di una
bicicletta progettata appositamente per scopi nautici, di ferro  amante della
ruggine, e che per piegarsi richiede l'intervento di una persona qualificata.
Noi “tre uomini in barca” per la precisione due uomini e una donna, nonché “tre
uomini a zonzo” aspettiamo con ansia  l'arrivo dell'esperto di passaggio che
smonti il cambio facendo rotolare tutti i pallini nella sabbia.
Poi monteremo la bicicletta sul gommone trasformandolo in  pedalò, di qui a
poppa della barca in corrispondenza del tubo per la doccia. Pedalando sotto la
doccia, cosparsi col balsamo monoï a base di olio di cocco e di essenza di
tiaré, ci si immergerà nel fitness e si produrrrà energia, come d'Usi del nostro
impareggiabile Pino.

Martedì 7 giugno. Finalmente respiriamo l'aria fattiva ed operosa del cantiere
di cui tanto si sentiva la nostalgia. Sale a bordo Nicolas lo straordinario
omniriparante meccanico mahoi dalla pelle bronzea, dai caratteristici tatuaggi
geometrici, dal possente corpo statuario e che a buon conto riesce a manovrare
nei più riposti pertugi della sentina ed anche nelle posizioni più scomode
riesce a lanciare frecciatine ironiche agli astanti. È accompagnato da un
impacciato apprendista “farani”, cioè francese o per antonomasia bianco europeo,
ed in quattro e quattr' otto ci sostituisce il boiler con uno nuovo venuto da
lungi, da un mitico paese molto lontano, oltre il sorgere del sole, che pare si
chiami  Ra'vennaha.
In serata si va da Mimosa una trattoriola a conduzione familiare. Più che in
trattoria mangiamo in casa della presunta Mimosa; la figlia diciottenne prende
l'ordinazione, va poi sedersi a tavola insieme alla sorellina di dieci anni che
spossata si mette a dormire su tre sedie accostate, mentre il barboncino bianco
le lecca i piedi con grande divertimento della nipotina di un anno in braccio al
suo papà, a questo punto la figlia diciottenne si apparta su un altro tavolo con
il suo giovane spasimante.

Mercoledì 8 giugno. Si è di nuovo travolti dalla vita di cantiere. Si
riallacciano i rapporti con la grande famiglia del Raiatea Carenage. Le barche a
secco appollaiate sui loro trespoli ci raccontano le loro storie. Storie di
incontri ravvicinati coi coralli: chi li ha incontrati di prua, chi di poppa col
timone, chi con una lunga strisciata sul fianco sinistro “à la skettin”, come si
dice qui.
Sandro viene spedito ad Uturua  sulla mitica bicicletta a procurarsi i generi di
prima necessità. Non arrivando ai pedali si fa prestare da Rita le scarpe coi
tacchi alti, purtroppo non così alti e così a spillo come quelli di altre
frequentatrici di Argentina.

Giovedì 9 giugno. Nella notte soffia un vento a raffiche che sollecita
fortemente il pendino del corpo morto. Rita, preoccupata di finire sui coralli
cerca di avvisare Paolo e Sandro, che,  incuranti del periglio, salmodiano
un'antica melodia polifonica russa per due voci soliste. Al risveglio il rude
Capitano le dice che poteva salvarsi da sola indossando il salvagente e
lasciando noi perire trai flutti, al che lei ribatte che in tal caso
preferirebbe morire con lui.   A queste toccanti parole anche il rude Capitano
si commuove ed intona:
Ah! Troppo tardi t'ho conosciuta!
Sublime donna, “non” t'ho perduta!
Col mio rimorso è amor rinato,
Più disperato, furente egli è!
Moriamo insieme, ah, si moriamo!
L'estremo accento sarà ch'io t'amo.
Ma tu morendo, non m'abborrire,
Pria di morire, perdona a me!
Su una melodia che rimanda sempre la conclusione, cambiando continuamente di
tonalità secondo una procedura generalmente attribuita, ingiustamente, ad un
noto musicista tedesco, un po' tronfio.
Nella giornata si concludono in maniera sempre miracolosa ed imprevedibile tutti
i lavori di manutenzione, la messa a punto del nuovo boiler, le toppe che
tengono insieme le varie parti del tender, il motore fuoribordo che, revisionato
dal meccanico latino-americano di Portobelo con componenti in oro zecchino degli
Incas, smontato a Panama e rimontato da noi con pezzi originali  della Yamaha
panameña disposti  probabilmente a caso, doveva arrivare fin qui perché
finalmente Nicolas capisse che nella guarnizione del carburatore mancava il buco
che fa passare la benzina.
Sandro