Cari amici ecco il nuovo blog  che vi racconterà il viaggio intorno al mondo di Argentina con Paolo ed Enrico.
Ringrazio Edoardo Scotto che lo ha realizzato e lo aggiornerà con il diario di bordo insieme a Renato. Saremo così in contatto con tutti coloro che vorranno seguirci nella nostra avventura. Come probabilmente saprete, dopo la prima traversata atlantica con Enzo, Argentina ha dovuto aspettare qualche anno gravato da problematiche varie,dubbi e incertezze prima di poter riprendere il largo.Nel frattempo su Argentina sono state apportate tante migliorie la cui realizzazione mi ha comportato un anno di intenso e faticoso lavoro. Eccoci quindi pronti a" respirare il vento degli Alisei",come dice la frase di H.Martinson, ma partendo da una convinzione intima di ricerca di se stessi. Frase sicuramente abusata da chi è sempre in cerca d'avventura in qualsiasi campo sia esso mare,montagna o quant'altro. E' per questo motivo che invece di aprire il blog con una foto "gagliarda e potente" apriamo con una foto raccolta e meditativa: la foto di Argentina all'ancora in una baia di una piccola isola greca " Kyra Panagia" dove è situato il Monastero ortodosso omonimo abitato da un monaco solitario. L'anno scorso quando abbiamo visitato il monastero mi sono fermato in un punto panoramico e dall'alto ho visto Argentina, sola, racchiusa in questa magnifica insenatura ed ho provato una sensazione intima, di raccoglimento, probabilmente esaltata anche dal luogo. Credo che questo spirito,questa sensazione mi accompagnerà durante la nuova lunga avventura.
Buon viaggio e buon vento a tutti gli amici che navigheranno con noi e buona lettura a tutti quelli che ci seguiranno da lontano e che incontreremo ogni anno al nostro "Argentina Party".
Ciao a tutti. 
Paolo.

martedì 19 giugno 2018

GRACIOSA DI NOME E DI FATTO

14 – 16 giugno. Graciosa. lat 39 03 nord, 27 58 ovest 
Al contrario di quanto si pensava, anche se siamo andati a motore, siamo
riusciti a raggiungere la nostra meta in poco più di 6 ore, anziché 8.
Fantastico lo spettacolo che ha accompagnato il nostro viaggio: dovunque
spuntavano dall’acqua delfini che poi si rituffavano nell’oceano come se
si divertissero a giocare con Argentina, in navigazione.
Al momento dell’ormeggio, un’agente della guardia nazionale repubblicana
ci fa segno di raggiungerla, per fornire generalità e tempi di permanenza.
Cosa che con Paolo e Massimo facciamo immediatamente, mentre le nostre
signore vanno a prendere il sole sulla spiaggetta vicina al porto. Poi,
una ottima cena in barca, conclude la giornata dello spostamento da Sao
Jorge a Graciosa.
Dal faro di Graciosa

Graciosa si rivela subita un’isola che rispecchia fedelmente il nome che
le è stato dato. Ne è una controprova anche il riconoscimento che l’Unesco
le ha attribuito di riserva mondiale della biosfera, perchè ha saputo
mantenere un perfetto equilibrio con una natura ricca di biodiversità.
All’interno dei crateri dei vulcani (anche qui ce ne sono, le chiamano
“caldeire&rdquo😉) sembra di passeggiare in boschi che hanno l’aspetto delle
foreste tropicali, grazie alla forte umidità: alberi giganti ci circondano
mentre scendiamo verso la “furna de enxotre”, una profonda caverna in
fondo al cratere più grande dell’isola.
Ai boschi delle “caldeire”, dove troneggia il “dragon tree”, l’albero
caratteristico delle Azzorre, con una fitta chioma a ombrello, si
alternano sull’isola vigneti e campi di granturco, mentre siepi di
ortensie fanno da guard rail a quasi tutte le strade. Peccato che non è
ancora il momento della fioritura.

I muretti a secco di pietre laviche dividono la proprieta

L’economia locale si basa sull’agricoltura, oltre che sul latte prodotto
da migliaia di mucche che dovunque incontri al pascolo. Ed è così da
centinaia di anni, come dimostrano i reperti raccolti ed esposti nel museo
di Santa Cruz, che visitiamo con l’aiuto di una gentile signora che poi ci
invita a mangiare nel suo ristorante a cena.
Sono tutti ben curati i paesi dell’isola: molte case hanno dei piccoli
giardini pieni di fiori, le strade sono perfettamente pulite, sembra che
tutto sia in ordine. E’ evidente come i quasi cinquemila abitanti di
Graciosa ci tengano a valorizzare il loro bene, a mantenerlo funzionante.
Questa attitudine per la verità è comune nell’intero arcipelago delle
Azzorre, non a caso regione autonoma all’interno del Portogallo.

Sullo sfondo l'isola di Terceira
Molte delle strutture agricole e balneari sono state realizzate con il
contributo dell’Unione Europea, a dimostrazione di una capacità che non
trova molti uguali in regioni di altri paesi del vecchio continente.
Le chiese delle Azzorre sono tutte costruite con la stessa architettura,
caratteristica del periodo in cui sono nate, ‘500 e ‘600, ad opera dei
gesuiti: pareti bianche fiancheggiate da colonne nere, campanile a
cuspide. Anzi, molto spesso due campanili. L’interno è in stile barocco,
ma mai troppo carico. Il pavimento è sempre di legno tirato a lucido. La
cattedrale di Santa Cruz, capitale dell’isola, è un esempio perfetto di
questo stile.
Santa Cruz

Nello scoglio di fronte al porto dove abbiamo ormeggiato Argentina, c’è
una preziosa base di appoggio di una particolare varietà dell’uccello
delle tempeste, una specie rara di uccelli migratori. Tutta la costa è
frastagliata da rocce e rientranze naturali che la rendono particolarmente
affascinante. Ci sono anche delle terme che sfruttano un’acqua calda di
origine vulcanica, che l’equipaggio ha voluto sperimentare e che è stata
molto apprezzata.
Ortensie spontanee

Ma il momento di maggiore soddisfazione è stato nel pomeriggio dell’ultimo
giorno passato a Graciosa, sabato 16 giugno: dopo una camminata di tre ore
sotto il sole cocente, per arivare al cratere di un altro vulcano, in una
delle tante piscine naturali incontrate al ritorno verso la barca, al
riparo dalle onde che si frantumavano sulle rocce, le tre Grazie, Vella,
Giovanna e Rita, si sono tuffate per la prima volta nelle acque gelide
dell’oceano, seguendo l’esempio di Piero e Massimo. Paolo è rimasto a
guardare, bloccato purtroppo da una ferita al gomito che si era procurato
scivolando su un sentiero sull’isola di Sao Jorge.
Domenica si partirà per Terceira, altra isola del gruppo centrale delle
Azzorre. Si profila una navigazione con andatura di bolina stretta.
Vedremo.
Piero

Terme di Ciaciorro

venerdì 15 giugno 2018

SAO JORGE: SULL’ISOLA DELLE FAJAS

11-13 giugno

Si parte alle 10 del mattino da Faial, ma non c’è vento sufficiente a
spiegare le vele di Argentina e il comandante accende il motore, l’unico
modo per andare avanti e raggiungere la nostra meta, un’altra isola delle
Azzorre, Sao Jorge, distante 18 km.
Dopo un po’ di tempo Paolo decide di aprire il fiocco, più per soddisfare
il desiderio della parte femminile dell’equipaggio, che per convinzione
personale. Bastano 30’ però, per capire che non è il caso di proseguire a
vela e si torna al motore. Comunque, in meno di quattro ore arriviamo a
Sao Jorge, grazie anche al mare tranquillo, e ormeggiamo la barca in un
ristretto box della marina di Velas, il porto principale dell’isola.
I servizi offerti sono molto buoni: c’è persino una lavanderia e
finalmente l’equipaggio può fare una salutare doccia prima di andare a
visitare a piedi il paese.
Architettura moderna a Velas. Sullo sfondo Pico
Dalla marina si arriva subito in una deliziosa piazzetta, con la
cattedrale e l’immancabile monumento all’eroe locale. Il centro storico è
pieno di negozi che si affacciano su una stradina asfaltata con
sanpietrini neri, alternati a sanpietrini bianchi che formano vari
disegni. Le facciate delle case sono intonacate con colori diversi: il
tutto rende ancora più piacevole la passeggiata.
C’è persino un auditorium, con una architettura futurista, e accanto, una
piscina comunale che attrae subito l’interesse dei tre uomini
dell’equipaggio. In realtà, è una rientranza naturale della costa,
attrezzata con dei gradini in cemento armato per rendere meno traumatico
l’ingresso nell’acqua, che anche se riparata, resta fredda.
Rita e Giovanna vanno a fare la spesa, Vella accompagna Paolo, Massimo e
Piero a fare un bagnetto. Massimo entra in acqua come se nulla fosse,
Paolo lo fa con un po’ di calma, Piero entra per ultimo, dopo vari
tentativi andati a vuoto. Vuole evitare brutti scherzi cardiaci.
La sera si mangia in barca: Rita e Giovanna hanno preparato un delizioso
piatto di pasta e fagiolini, con un sugo che è una vera e propria
leccornia. Una insalata arricchita di pomodori e carote, e condita con un
vino locale molto buono, completa il pasto. Un plauso meritato alle due
cuoche, dal resto dell’equipaggio.
La vecchia porta d'ingresso a Velas

Il giorno dopo alle 9 partiamo con due auto a noleggio per esplorare
l’interno dell’isola: nel paesaggio spicca il contrasto fra una
cordigliera centrale che l’attraversa per quasi tutta la sua lunghezza, 54
km, e la costa scoscesa e frastagliata (i cui lati distano 7 km l’uno
dall’altro), costellata di piccole pianure originate dallo smottamento
delle falesie o da antiche eruzioni vulcaniche.
In portoghese le chiamano fajas: ne esistono più di quaranta e sono molto
curate dagli abitanti dell’isola che hanno costruito in ognuna, alcune
case e l’immancabile chiesetta. In molti casi si possono raggiungere solo
a piedi e infatti ci sono diversi sentieri per farlo.
Gli archi di lava

Noi ne scegliamo uno che scende in picchiata per 450 metri dalla strada
sulla cordigliera fino alla costa, per arrivare alla faja de Alem. La
grande umidità rende più impegnativo il percorso, perché si fa fatica a
respirare. Ma alla fine, dopo un’ora e litri di sudore, giungiamo a
destinazione e lo spettacolo appaga i nostri sforzi.
Faja de Alem

La risalita per tornare sulla cordigliera dove abbiamo lasciato le
macchine, per fortuna è allietata da un amabile venticello che accompagna
i nostri passi. La sera, per “festeggiare” il successo della nostra
impresa, andiamo a mangiare in quello che la guida letta accuratamente da
Rita, indica come il miglior ristorante dell’isola, in un paesino sopra
Velas, Santo Amaro.
In effetti i piatti che ognuno di noi sceglie sono di ottimo livello, ma
c’è dovunque, in queste isole, un pedaggio da pagare quando si va a cena
in un ristorante: almeno 50/60 minuti di attesa dopo l’ordinazione. E
avendo praticamente saltato il pranzo, si rischia di collassare prima che
arrivi la carne o il pesce richiesti.
Mercoledì 13 giugno si parte con un po’ più di calma, ma l’obiettivo è
sempre una faja, stavolta quella di Caldeira de santo Cristo, segnalata
come una delle più belle. Anche in questo caso si può raggiungere solo a
piedi, ma i modi sono due: o dall’alto, con un salto di 700 metri di
dislivello, lasciando la macchina sulla strada che traversa la
cordigliera, o dal basso, con un sentiero che parte dalla faja dos Cubres,
raggiungibile in auto.
In discesa verso la faja de santo Cristo

Naturalmente si formano due gruppi: Paolo con Massimo e Rita scenderanno
dall’alto, Piero con Vella e Giovanna raggiungeranno la faja dal basso,
con un sentiero lungo la costa, che offre viste spettacolari sul mare da
un lato e su montagne verticali verdeggianti dall’altro.
Alle due del pomeriggio, senza essersi dati appuntamento i due gruppi si
ritrovano nella faja, dove c’è un paesino con la sua chiesa, a fianco di
una laguna racchiusa da un anello di sassi, aperto con un passaggio sul
mare. In un rifugio per gli escursionisti, una fresca birra fa passare la
sete. Il panino che esce dallo zaino serve invece a far passare la fame.
Ciascuno naturalmente sostiene che il suo sentiero era migliore
dell’altro. Poi si riparte insieme lungo quello della costa, per tornare
alla faja dos Cubres e l’auto guidata da Piero riporta tutti alla macchina
di Paolo rimasta sulla cordigliera.
La sera si cena in un ristorante accanto al porto di Velas, dove però
l’attesa del piatto supera ogni record: dopo aver ordinato alle ore 21,
aspettiamo 80’ per mangiare. Fate voi il conto di quando abbiamo
mangiato…Paolo, la prossima volta, vuole che si arrivi al ristorante al
massimo alle 19,30. Nessuno obietta.
Domani mattina alle 9,15 si parte per Graciosa, la quarta isola del nostro
tour delle Azzorre, dove il comandante è riuscito a rimediare un ormeggio
per Argentina nel porticciolo dei pescatori. Tempo previsto di navigazione
8 ore. Speriamo in un po’ di vento, stavolta, per spiegare le vele.
Buonanotte.
Piero
Le case delle fajas
 

mercoledì 13 giugno 2018

SULLA CIMA PIU’ ALTA DEL PORTOGALLO

8 - 10 giugno PICO

Venerdì 8 giugno: dopo una lunga discussione con il comandante, la sera di
giovedì, sull’ora della partenza, (lui deciso a prendere il traghetto per
l’isola di Pico delle 7,30, l’equipaggio quello delle 10,45), finalmente
partiamo (tralasci di dire a che ora), e in 30’ siamo a Pico, sull’”isola
montagna” come la chiamano gli abitanti, perchè nata intorno a un vulcano
alto 2351 metri: è la cima più alta non solo delle Azzorre, ma di tutto il
Portogallo, che Paolo è fermamente deciso a scalare.
Tempo previsto per arrivare in cima, sette ore: 1200, i metri di
dislivello da superare.
Ad accompagnarlo saranno Massimo, Rita e Vella. Il raffreddore impedisce a
Giovanna di unirsi e Piero con Mariano resteranno a farle compagnia: si
fermeranno sul bordo del cratere di un vulcano laterale più basso, dove
c’è una piccola radura in cui fare sosta. Questo il programma stabilito a
bordo del traghetto, prima dello sbarco.
Una volta arrivati, prendiamo in affitto due macchine e via di corsa verso
la nostra prima tappa, un albergo poco lontano da Madalena, uno dei tre
paesi dell’isola.
Lasciamo i bagagli e andiamo a cercare un bar dove fare un veloce spuntino
prima di iniziare l’esplorazione di Pico. Senza volerlo finiamo in quello
che è considerato il miglior ristorante delle Azzorre, con un nome un po’
strano che si presta a facili equivoci: “Ancoradouro”.
Il comandante ne profitta per farsi immortalare in una foto, con gli
uomini dell’equipaggio, davanti alla scritta all’ingresso. In realtà, è
bene precisare che in portoghese quella parola vuol dire luogo di
ancoraggio e non altro. Il posto è veramente delizioso, così come il pesce
che mangiamo.

E fantastico è anche il vino locale che beviamo: il clima secco e caldo,
unito alla ricchezza minerale dei terreni di origine vulcanica, permette
evidentemente di ottenere ottimi risultati dalla coltivazione delle vigne.
I campi sono suddivisi fra loro da piccoli muri costruiti con la pietra
lavica, in un mosaico in cui si mischiano due colori, nero e verde,
suggestivo e unico, che caratterizza il paesaggio dell’isola e che
l’Unesco ha addirittura riconosciuto come patrimonio dell’Umanità.
Doveva essere solo uno spuntino e finisce invece con un lauto pasto. Paolo
è fermamente intenzionato a tornare qui domani per cena. Ma ora è il
momento di andare a visitare quello che è considerato come uno dei più
grandi condotti lavici visitabili al mondo, la “gruta das Torres”.
Si estende per cinque chilometri nelle viscere dell’isola, ed è arredato
con vari tipi di stalattiti e stalagmiti: la guida che ci conduce
all’interno, tutti muniti di casco e torcia elettrica, non si spinge però
oltre i primi 800 metri. Sono comunque sufficienti per vivere una
esperienza che resterà nella memoria.
Risaliti in macchina puntiamo verso l’interno dell’isola, aggirando il
vulcano alla base, per raggiungere la costa orientale. Lungo il percorso
ci fermiamo ad ammirare alcuni piccoli laghi naturali in uno scenario
selvaggio dove gli unici abitanti sono mucche e cavalli.
La strada è stretta e sterrata, piena di buche e di curve a strapiombo
senza protezione, ma i due piloti se la cavano egregiamente e alla fine
riportano l’equipaggio sano e salvo sulla strada costiera asfaltata, nel
piccolo ma delizioso villaggio di Lajes, una delle basi di partenza dei
balenieri dell’isola.
Qu ci fermiamo per un breve spuntino serale, stavolta davvero spuntino,
con hamburger e birra. Massimo ordina un panino da portare a Giovanna, che
purtroppo non è venuta con noi, bloccata dal raffreddore, ma siamo tutti
sicuri che con una tapichirina domani si unirà al gruppo degli scalatori
di serie B nell’ascensione al vulcano Pico. Il comandante con il gruppo di
serie A, si danno appuntamento alle 7 per fare colazione insieme e poi
partire.
Poco dopo le nove i quattro ardimentosi sono nel rifugio alla base del
sentiero, a 1200 metri di altezza, dove si deve compilare una scheda
anagrafica e visionare un filmato sulle cose a cui occorre prestare
attenzione, prima della salita. Poi, alla modica(!?) cifra di 20 euro,
viene consegnato agli escursionisti un GPS da cui poter chiamare in caso
di necessità e che permette ai soccorritori di localizzarli in ogni tratto
del percorso. Un dettaglio buffo: se non hai intenzione di arrivare in
cima, paghi solo 15 euro…
Il sentiero comincia subito con una pendenza di tutto rispetto, che non
cambierà mai. E’ indicato con dei paletti ogni 50/70 metri. Tra l’uno e
l’altro, bisogna trovarsi il tracciato più comodo, fra le pietre aguzze o
levigate create dalle varie colate laviche.
“Durante la salita, sotto di noi un mare di nuvole bianche ha coperto la
vista dell’oceano – racconterà Vella al ritorno – mentre sopra di noi
c’era un sole che picchiava inesorabile sulle teste. Nessun albero a fare
ombra, solo cespugli radi fra le rocce nere. Sembrava di non arrivare mai.
Intanto baldi giovani in scarpette da ginnastica ci superavano
allegramente…”.
In effetti sono quasi 1100 i metri di dislivello da superare, e il
sentiero sale dritto verso la cima, sul fianco del vulcano, senza offrire
momenti di pausa.
Dopo quattro ore gli ardimentosi di Argentina raggiungono la bocca del
cratere, poco profondo e circondato da una parete verticale, su un lato
del quale si innalza un piccolo cono che naturalmente Paolo ha voluto
scalare fino in cima, per raggiungere quota 2351 metri.
Faial dall'alto del vulcano Pico
La cima di Pico con vigneti in primo piano

Nel ritorno, durato tre ore, la fatica è stata ripagata da squarci fra le
nubi sottostanti, che hanno consentito finalmente di vedere l’isola di
Faial, situata di fronte al vulcano e lontana 8 km, in tutta la sua
lunghezza.
“Uno spettacolo molto bello”, è stato il commento dei quattro appena
arrivati al rifugio, dove Mariano, Piero e Giovanna li aspettavano, dopo
aver raggiunto il cratere laterale, da cui parte un tunnel che arriva fino
alla base del vulcano, ma che è chiuso ai visitatori.
La sera, dopo una salutare doccia, tutti a cena da “Ancoradouro”, il
ristorante preferito da Paolo.
La mattina di domenica, dopo un profondo sonno ristoratore, ci spostiamo
in macchina sulla costa occidentale, contraddistinta da abitazioni tutte
di colore nero, perché costruite con la pietra lavica. Alle case si
alternano fiumi di lava solidificata, provocati dalle varie eruzioni del
vulcano (l’ultima nel ‘700), che sono scesi fino al mare aumentando la
superficie dell’isola.
Case nere fatte di pietra lavica

Gli appassionati di geoturismo troveranno vari luoghi interessanti da
visitare ma ce n’è uno in particolare che colpisce per la sua bellezza:
gli “arcos do Cachorro”. E’ una impressionante formazione rocciosa, sempre
di origine vulcanica, sulla costa, perforata da numerose grotte e
cunicoli, dove l’acqua del mare si insinua. Quando le onde sono impetuose,
è uno spettacolo vedere gli spruzzi provocati dalla pressione dell’acqua.
Alle ore 14 dobbiamo riconsegnare le macchine in affitto e alle 15 ci
aspetta il traghetto per tornare a Horta, l’isola azzurra, il regno delle
ortesie, ma facciamo in tempo a visitare il museo dell’industria
baleniera, a Sào Roque, il terzo centro abitato dell’isola di Pico: è
ospitato nella vecchia fabbrica dove un tempo venivano macellati i cetacei
catturati da ardimentosi marinai a bordo di lunghe e strette barche,
armati di fiocina.
Vella al chiosco del convento di San Pedro a Sao Roque

Nel museo sono esposti i macchinari usati per la lavorazione: grossi
bollitori, essicatoi e caldaie a vapore. L’olio era il prodotto
principale, esportato in Europa e utilizzato per produrre lubrificanti,
profumi e farmaci. Le ossa trasformate in farina, servivano come
fertilizzante.
Un salto al convento e alla chiesa annessa di sao Pedro de Acantara per
onorare la domenica, e poi di corsa al porto di Madalena, al traghetto. Si
torna a casa, su Argentina. Bisogna prepararsi a salpare. Domani ci
spostiamo su un’altra isola.
Piero
I laghi di Pico
 

venerdì 8 giugno 2018

RITROVARSI DOPO CINQUE MESI

7 giugno Faial

Non comincia proprio in maniera ottimale l’avventura del nuovo equipaggio
di Argentina. L’appuntamento con il comandante era per martedì 5 giugno e
la voglia di rivederlo da parte di Vella, Giovanna, Massimo e Piero era
tanta dopo tanti mesi. Per non parlare della moglie, Rita, dopo il suo
prezioso contributo via internet, alla perfetta riuscita del delicato
passaggio del capo di Buona Speranza nel marzo scorso.
Ma il primo intoppo arriva ancora prima di partire da Lisbona per Faial,
l’isola delle Azzorre dove Paolo ci aspetta nella marina di Horta, dopo la
lunga traversata dell’Atlantico a tutta bolina. L’altoparlante ci avvisa
che non tutti i bagagli sbarcheranno con i passeggeri dell’aereo
sull’isola. In molti dovranno pazientare per motivi non chiariti. Le
illazioni naturalmente si sprecano.
Il Pico sullo sfondo

E guarda caso, all’arrivo a Horta, noi siamo fra i fortunati passeggeri
che restano senza bagaglio, senza neanche sapere con certezza quando
potremo riceverli: forse la mattina dopo, o due giorni dopo, chissà…Sembra
che il pilota dell’aereo non volesse caricarlo eccessivamente in
previsione di turbolenze in volo, visto che era già stracarico di
passeggeri. Ma questa versione dei fatti non convince nessuno.
Dopo aver riempito documenti dettagliati sulle caratteristiche del nostro
bagaglio, al termine di una lunga e snervante fila, con i soliti furbetti
che tentavano di saltarla, a bordo di un taxi arriviamo finalmente nella
marina di Horta, dove Mariano, il simpatico superstite del precedente
equipaggio, ci accoglie e ci guida verso Argentina. Lì finalmente
riabbracciamo tutti Paolo, con precedenza assoluta naturalmente per Rita.
Siamo pronti a uscire per andare a cena con tre naviganti italiani
conosciuti da Paolo qui a Horta, quando scoppia un diluvio in piena
regola. E siamo al secondo intoppo della nostra prima giornata alle
Azzorre. Perché la fame è tanta e l’attesa diventa insopportabile. Dopo
mezz’ora, armati di ombrelli e giacche a vento ci decidiamo a muoverci e
la serata finisce in gloria, anche se la notte si passa tutti senza
pigiama e spazzolino per i denti.
Horta con la montagna di Pico sullo sfondo

Il giorno dopo, mercoledì 6, finalmente il sole fa capolino fra le nuvole
e il comandante ci guida in un bel giro panoramico a piedi nella città di
Horta, fra chiese barocche, giardini esotici, musei storici. Interessante
scoprire quanto questa isola sia stata importante per la prima traversata
transoceanica di un idrovolante, dagli Stati Uniti all’Europa e per i
collegamenti telegrafici transoceanici, grazie alla deposizione dei primi
cavi sottomarini alla fine dell’800.
All’ora di pranzo, dopo una occhiata all’antico porto, da dove partivano
le scialuppe dei balenieri, sosta al Peter’s Bar, da cent’anni luogo
tradizionale di appuntamento di tutti i naviganti che arrivano alle
Azzorre dall’atlantico: basta entrare anche solo un attimo per rendersi
conto di quanta storia sia carico questo bar.
Giovedi 7 giugno si prosegue l’esplorazione dell’isola, questa volta in
macchina, per visitare la zona vulcanica. Paolo comunque non rinuncia a
coinvolgere tutti in una lunga camminata per arrivare in cima al bordo più
alto del cratere centrale dell’isola e dopo, su quello del piccolo vulcano
spuntato sulla costa nord, nel 1957. Lo hanno battezzato Capelinhos.
Uno spettacolo affascinante, con i resti della lava che arriva fin sulla
costa, battuta dalle onde lunghe dell’oceano, dove purtroppo è impensabile
tuffarsi per un bagno: l’acqua è troppo fredda, oltre che agitata.
Risaliamo in macchina per andare in farmacia (Giovanna si è presa un
brutto raffreddore), mentre Paolo va a prendere i biglietti per il
traghetto.

Domani inatti, ci sposteremo nell’isola di fronte a Faial, dove ci aspetta
l‘ascensione a Pico, un altro vulcano, alto più di 2000 metri: non
dimentichiamoci che Paolo, oltre che un provetto navigatore, è un
accademico del CAI e dove trova una montagna lungo il suo percorso, ci si
tuffa.
Quindi stasera si cena in barca, con una pasta e fagioli cucinata da
Vella. Finamente sono arrivati i bagagli e stanotte si dormirà in pigiama
e si potranno pulire i denti.
Piero

lunedì 4 giugno 2018

HORTA. CONQUISTATO UN POSTO IN BANCHINA

1 giugno 2018

A soli due giorni dall’arrivo è successo il miracolo: ci hanno assegnato
un posto in banchina.
Sarà forse perché dopo decenni che non andavo a messa, ieri avevo deciso
con Stefano di seguire la processione del Corpus Domini?
Eravamo andati alla Igreja Matrix Sao Salvador, la più importante e bella
non a caso costruita dai Gesuiti, per seguire la processione con infiorata
per le strade.
Mi aspettavo un evento carico della fede che nei paesi di origine latina e
soprattutto nelle isole è ancora possibile vedere. E infatti la chiesa
era strapiena: dalle signore ben vestite con cappellino ad uno stuolo di
militari in divisa di tutte le armi e capitanerie, ai membri delle
confraternite con palandrane rosse, ad un battaglione di chirichette (si
proprio femmine vestite di bianco e fornite di indispensabili ali
angeliche!) per finire ad un manipolo di preti officianti di una messa
sontuosa ovviamente accompagnata da un magnifico coro.
L’incenso pervadeva l’aria quasi a sottolineare la ricchezza delle
architetture e decorazioni barocche con cui i Gesuiti sono stati maestri
per esaltare la gloria divina (la chiesa del Gesù e quella di S.Ignazio a
Roma ne sono forse la massima realizzazione).
Mentre assistevo ripensando a tutti i momenti di questo rito ed ai suoi
simbolismi mi è venuta una domanda stimolata dall’andirivieni delle
chirichette e delle signore deputate a leggere brani delle Epistole ma non
del Vangelo: quello è destinato ai maschi….già perche solo ai maschi?
E perché i preti sono solo maschi? In fondo nel Vangelo non c’è nessuna
indicazione limitativa….e infatti i protestanti hanno i pastori e le
pastore. Noi cattolici no!
Forse Papa Francesco (un gesuita sveglio e attento ai mutamenti della
società😉il problema se lo sarà posto ma sicuramente la inamovibile curia
romana farà/farebbe, come in tante altre occasioni, una resistenza feroce.
Comunque mentre vagavo in questi pensieri la messa terminava e si formava
il corteo processionale.
Con Stefano ci siamo infilati dentro ma è durato poco. Michele è arrivato
di corsa con la buona novella: “In portu locum habemus!”
Niente processione; di corsa all’ufficio per chiedere chiarimenti.
Si, domattina alle 8 possiamo entrare e metterci in banchina ma attenzione
pronti ad attraccare appena le altre barche sono uscite; una specie di
arrembaggio dovuto anche alla presenza dell’ARC, la onnipresente
simil/pseudo regata che accompagna i traversatori desiderosi di
assistenza.
E così il giorno dopo alle 7,30 tiriamo su l’ancora e cominciamo a girare
nei paraggi della banchina assegnata. Tre barche, una attaccata all’altra
all’inglese, non mostrano segni di vita. Continuiamo a girare intorno
come avvoltoi che hanno adocchiato la preda; poi finalmente la prima si
stacca…la seconda ed infine l’ultima.
Il molo è libero; entro deciso; ormeggiamo e dopo due minuti ecco l’altra
barca che si appoggia noi: una coppia di simpatici argentini divertiti
dall’idea di legarsi ad una barca che si chiama come il loro paese.
Altri cinque minuti ed ecco una barchetta di 8 (dico otto) metri
attaccarsi agli argentini. A bordo uno svedese solido come una roccia sulla cinquantina.
Pitture lasciate da equipaggi in transito

Argentina ormeggiata al molo pieno di pitture, ricordi dei naviganti.A fianco la barca degli argentini e quella minuscola dello svedese

Ha fatto il giro del mondo da solo su una barca con cui oggi non andrei
neppure in Sardegna.
Come cambiano i tempi! Quando avevo vent’anni Enzo mi portò sul suo
Mousquetaire, una barca di 6,5 (dico sei metri e mezzo!), da Procida a Lipari
ed eravamo ben quattro compreso suo padre cinquantenne……altro che i lussi
di Argentina! Ancora ricordo la bellezza della mia prima navigazione e
ancora ringrazio Enzo.
Terminate le operazioni di ormeggio, Michele e Stefano ci salutano, vanno
in aereoporto: il loro Atlantico è finito. Resto in barca con Mariano
che, saggiamente, ha deciso di vivere questa vacanza senza fretta.
La sera andiamo a cena con Giovanni e Marina della barca Eutika.
Incredibile incontrare un’altra barca dei pochissimi italiani giramondo di
cui sapevo (dal loro diario) il percorso.
Sono dieci anni che navigano, ma ora hanno deciso di rientrare. Al
contrario degli amici Sandro e Lilli che alla mia domanda sul loro ritorno
hanno risposto “ finchè le forze ci assistono continuiamo a girare”.
Tra pochi giorni arriveranno Rita, Giovanna, Vella, Massimo ed il
presidente Piero a cui cederò volentieri la penna per raccontare
(sicuramente meglio di me) la vita su Argentina.
Paolo
La balena, simbolo del bar più famoso di tutto l'Oceano Atlantico: Peter's bar, dove si incontrano tutti i navigatori

mercoledì 30 maggio 2018

FAIAL HORTA. ARRIVATI

30 maggio 2018; lat 38 31 nord; long 28 37 ovest

Ore sette.
Sveglio Mariano che aveva fatto l‘ultimo turno ed era un po’ stanco ma
l’arrivo alle Azzorre non se lo doveva perdere. Gli altri erano già in
piedi da un pezzo a guardare l’isola che si avvicinava (cioè noi che ci
avvicinavamo a lei).
Come le altre due volte, l’arrivo a Faial è sempre sotto un cielo plumbeo
che ti da una prima impressione cupa. Poi naturalmente uscirà il sole e
tutto cambierà.
Chiamiamo con la radio la capitaneria e ci dicono che il porto è pieno;
dobbiamo aspettare nella rada all’interno del porto all’ancora.
Infatti dentro il marina si vedono barche in terza fila e in più ci sono
12 barche all’ancora in attesa di entrare.
Una telefonata all’uffico del marina (a cui avevamo mandato una mail per
comunicare il nostro arrivo) ci chiarisce ancor più la situazione: non
accettano prenotazioni, dobbiamo fisicamente andare li per dare la nostra
presenza ed implorare per un posto.
Una situazione che già mi aspettavo essendoci già passato le altre due
volte ma che oggi mi sembra peggiorata. Tutte le barche provenienti dai
Caraibi sono arrivate!!!
La rotta di Argentina

Dovremo gonfiare il gommone, scendere a terra e contrattare con l’ufficio.
Finiamo così oggi la tratta più lunga del giro del mondo: 3600 miglia in
23 giorni più l’interruzione di 6 giorni alla bella Fernando de Noronha.
Vela per 3000 miglia e motore per 600; in fondo una bolina non troppo
scomoda anche perché mura a dritta si riusciva a cucinare abbastanza
agevolmente (la cucina su Argentina è sul lato sinistro della barca) e, mangiare bene (grazie a Stefano) è una cosa importante in un mese di navigazione.
Vi lascio per andare a gonfiare il gommone e scendere a terra. Il seguito
alla prossima.
Ben arrivati!
Paolo

lunedì 28 maggio 2018

AZZORRE VICINE

28 maggio 2018; lat 35 59 nord, long 31 54 ovest

Eccoci a 220 miglia dall’arrivo. Faial. L’isola in cui arrivano i
velisti che traversano l’atlantico per allontanarsi dai Caraibi in cui sta
iniziando la stagione degli uragani.
Da giugno ad ottobre è meglio non circolare nelle piccole Antille e anche
le assicurazioni escludono quella zona in quel periodo.
Così ai primi di maggio le barche partono dai Caraibi verso l’Europa o,
per chi vuol restare in zona, verso Trinidad o il Sud America.
Chi traversa verso nord ha una sosta d’obbligo simbolico: Faial appunto,
l’isola delle Azzorre diventata crocevia internazionale per tutti velisti.
E’ la prima isola dell’arcipelago che si incontra venendo da ovest ed è
quindi normale la sosta dopo una lunga traversata sia per riposarsi che
per riparare eventuali danni subiti.
Le Azzorre; Faial (la cui capitale è Horta) è l'isola più a sinistra nella mappa.

La prima delle Azzorre sarebbe in realtà Flores ma, per il suo piccolo
porto esposto ai venti di nord est, è quasi sempre bypassata.
Per la terza volta traverso l’Atlantico per tornare in Europa e mi sarei
proprio voluto fermare in questo gioiellino che è Flores, l’isola delle
lagune vulcaniche e dei fiori che le danno appunto il nome, ma purtroppo,
quando il 29 saremmo potuti arrivare, ci sarà appunto un bel vento di nord
Est che renderebbe molto scomodo l’ormeggio.
In più mi pare di capire che, a parte Mariano ormai entrato nell’atmosfera
del lungo viaggio, gli altri preferiscano sbarcare per tornare a casa
prima possibile.
Quindi il combinato disposto dei due eventi mi ha fatto puntare
direttamente la prua su Faial.
E’ da ieri che stiamo macinando miglia a motore, anzi è dalla sera del 25.
L’aliseo è finito e siamo entrati nella bolla di alta pressione delle
Azzorre. Andremo a motore fino a domani sera, fino in porto; gasolio
permettendo!
Per fortuna a Salvador avevo comprato altre due taniche che sommate alle
precedenti e al serbatoio mi davano in tutto 520 litri. Pensavo di
consumare molto di più per traversare la zona senza vento dell’equatore e
arrivare poi a vela alle Azzorre e invece tutto il contrario.
Al prossimo diario per l’arrivo.
Paolo

venerdì 25 maggio 2018

VITA DI BORDO

25 maggio 2018; lat 30 20 nord, long 36 31 ovest

Come vi dicevo qualche giorno fa è la prima volta che mi capita di fare
una bolina così lunga sempre mura a dritta per 20 giorni...ma forse oggi
finirà perché l’aliseo comincia a mostrare segni di cedimento davanti alla
famosa alta pressione delle Azzorre in cui stiamo entrando.
Durante una navigazione così lunga, scrivere un diario che abbia delle
novità è un’impresa ardua e allora ecco due righe sulla vita di bordo.
Si svolge scadenzata dai turni di guardia, dalle manovre per ridurre o
aumentare la velatura in funzione dell’intensità del vento, dai pranzi e
poche altre incombenze di manutenzione e controllo.
C’è chi vive più dentro, chi preferisce stare fuori ma certo quattro
persone, una piccola comunità, che vivono in 30 metri quadri devono
trovare un equilibrio di convivenza sia fisico che psicologico.
In bolina poi la cabina di prua diventa impraticabile sia per il
beccheggio sia per la poca acqua che trafila dagli oblò ormai da
revisionare. Quindi Mariano e Michele sono emigrati nella dinette di
poppa per dormire riducendo lo spazio a disposizione.
Lentamente affiorano aspetti del carattere differenziati e in modo
naturale si creano ruoli: chi si impossessa della cucina (anche perché gli
altri la disdegnano), chi delle manovre veliche, chi del pc su cui si
segue la rotta e le previsioni meteo.
Solo a volte l’equilibrio viene annuvolato da diverse impostazioni sulla
navigazione soprattutto sulla rotta più conveniente da seguire: chi vuole
andare più controvento, chi meno, chi studiando le carte meteo a lunga
previsione avvalora o smentisce (raramente) le indicazioni del metereologo
Bob.
Poi sentiti tutti i pareri interviene lo skipper che decide e la
discussione termina li.
Si riprende il ritmo quotidiano di manovre, letture, cucina e , molto
attesa, la sera per il collegamento con il satellitare.
Trasmettiamiamo e riceviamo le mail del meteo, di Bob e di tutti gli amici
che scrivono. Il nostro è un puntino infinitesimale perso nell’azzurro
che, grazie al progresso tecnologico, riesce a rimanere in contatto.
Se pensiamo che fino a cento anni fa i marinai partivano e di loro non si
avevano più notizie almeno fino al loro arrivo…o forse non se ne avevano
più per sempre!!! Naufragi o donne di altri mondi?
Poi è venuto Guglielmo Marconi che è riuscito a collegarsi dalla nave
Elettra al continente ed è iniziata una nuova era. Oggi, con i
collegamenti satellitari, tutto è diventato facile e se poi si paga di più
si può avere anche internet a bordo (noi no).
Spesso si dimentica come si viveva solo pochi decenni fa con molte meno
cose…e si viveva bene lo stesso.
Ricordo ancora la meraviglia per la prima televisione in bianco e nero, la
prima 600 e tanti altri oggetti che oggi ci sembra impossibile non
possedere.
Amarcord a parte… il nostro collegamento quotidiano è diventato un momento
di attesa un po’ come, una volta, si aspettava il postino e siamo tornati
a scrivere le lettere anche se con la tastiera invece che con la penna.
Poi arriva la notte che, salendo di latitudine, si accorcia giorno dopo
giorno mentre ogni volta vediamo la Luna crescere.
Alle nove il primo monta di guardia per tre ore mentre gli altri vanno a
letto.
A mezzanotte ci sarà il secondo e alle tre il terzo. Io non sono di
guardia ma faccio il jolly; quando c’è un’emergenza (una manovra sulle
vele, un incrocio con le poche navi, ecc.) vado in aiuto a chi è di turno.
Notti tranquille si alternano a quelle insonni in cui bisogna lavorare a
volte sotto la pioggia; i groppi ne portano tanta!
Poi quando torno in cuccetta, prima di riaddormentarmi, i pensieri vagano
ma spesso si concentrano su Argentina. Quello scricchiolio sentito poco
fa sarà questo o quell’altro?, chi è di guardia ha il giubbetto
salvagente?, il vento aumenterà?, la rotta è giusta?
Basta! Ho fatto tutto quello che dovevo.
Buonanotte!
Paolo

martedì 22 maggio 2018

PERCHE'? Pensieri tropicali

22 maggio 2018. lat 23 11 nord; long 36 06 ovest

Argentina sta per attraversare il tropico del cancro, lasciando
definitivamente i caldi mari che hanno caratterizzato questo viaggio, ed è
ripassata esattamente nello stesso punto in cui quattro anni fa veleggiava
con lo stesso Aliseo (ma al lasco e non di bolina) verso i Caraibi.
Era dicembre 2014 quando lei affrontava il primo oceano del giro del
mondo; non che non conoscesse l’Atlantico perché lo aveva già percorso
avanti e indietro otto anni prima ma questa volta doveva proseguire e
sentiva l’importanza e le incognite di questa nuova avventura in cui
l’avevo spinta.
Quindi oggi l’anello intorno al mondo è stato chiuso, il giro completato
ma ora bisogna tornare a casa con l’ultima fatica per rientrare nel Mare
Nostrum e nel Biondo Tevere.
Ma allora “perché?” lei mi ha chiesto.
“Se dovevamo tornare da dove siamo partiti perché tutta questa fatica,
senza neppure trasportare un sacco pieno di spezie o un sacchetto d’oro e
pietre preziose, ma solo per un’idea un po’ balzana, sicuramente faticosa
e dispendiosa…perché???”
Sono rimasto in silenzio e non le ho saputo rispondere……. come, una volta
mentre spingevo sui pedali della bicicletta per una ripida salita, non
seppi rispondere ad un contadino che, faticando a vangare il suo orto sul
bordo della strada, mi apostrofò in dialetto “ ma si c’ai tutta sta forza
perghé nun me veni a da’ na manu a zappà?”
Gia’… perché?
Perché si scala una montagna in cima alla quale non c’è niente; perché si
percorre un deserto che non ha niente in mezzo; perché si traversano gli
oceani specialmente ora che non c’è più niente da scoprire……. ora che puoi
fare qualsiasi viaggio virtuale comodamente seduto davanti al tuo pc?
Perché?
Me lo ha chiesto anche un amico che giustamente evidenziava come in questi
quattro anni avrei perso tante cose: gli amici, le gite in montagna, le
cene, le mostre, Roma che ancora mi incanta con la sua bellezza e,
aggiungo io, la vita con Rita che generosamente ha accettato questa mia
scelta e che ancora ringrazio, specialmente oggi nel suo onomastico.
Tutte domande senza una risposta logica.
Ma io credo che non ci sia bisogno di dare risposte. Bisogna vivere queste
esperienze e le risposte verranno da sole.
Ci sono sensazioni che si devono provare, spesso in silenzio e solitudine,
per poter capire il perché e qualsiasi descrizione gli farebbe torto.
E penso che più tempo passa più questo mondo, globalizzato e
interconnesso, riduca le possibilità di vivere queste esperienze.
Sta a noi andarci a cercare le rare occasioni. Anche ad un’ora di
macchina da casa si può trovare tutto; basta saper cercare i posti giusti
e andarci con lo spirito giusto.
Provate a spegnere il telefonino, a chiudere i contatti con il mondo, ed
andare in silenzio alla ricerca…..
Ma qui allora ritornerebbe ancora un’altra domanda dell’amico: “se queste
sensazioni le puoi provare anche vicino casa perché andare così lontano?”
Anche qui non c’è risposta. Gli potrei solo dire che è diverso.
Quando sono partito per il giro, sapevo che per me l’isola più bella del
mondo è a due passi da casa: Ponza/Palmarola (ponzesi a parte) e in senso
lato il Mediterraneo con il Meltemi dell’Egeo fanno parte del mio vissuto,
dei miei canoni, della mia appartenenza all’occidente….di me.
Ma le esperienze e le sensazioni vissute, sia nelle navigazioni sia in
molte terre toccate, così intense e diverse mi hanno dato molto e mi
rimarranno dentro per sempre.
Solo retorica?
Provare per credere!
Paolo

p.s. continuiamo ad andare in bolina verso le Azzorre.

sabato 19 maggio 2018

LA PIU’ LUNGA BOLINA DELLA MIA VITA


19 maggio 2018;    lat 14 29 nord;    long 33 15 ovest

Da quando abbiamo mollato la cima che, come un cordone ombelicale, ci teneva in contatto con il peschereccio e quindi con il micromondo di Penedos dos Sao Pedro e Sao Paulo, ci siamo immersi nell’altro sconfinato mondo dell’oceano.
I primi due giorni sono stati di calme e piogge.
La famosa ITCZ  (Inter Tropical Convergence Zone) è una fascia all’altezza dell’equatore in cui il vento si spegne.  L’aliseo dell’emisfero australe che spirava da sud est si indebolisce e muore mentre si prepara quello da nord est dell’emisfero boreale.  Ma prima di riprendere vigore bisogna appunto attraversare questa ITCZ  (senza vento e con molta pioggia) che, come tutte le cose metereologiche ha dei contorni non definiti ma probabilistici.
Comunque ce la siamo cavata con 36 ore di motore ed una grande umidità anche all’interno della barca.
C’era poco da fare, Argentina andava da sola a motore senza alcun intervento per governarla e la nostra attenzione era soprattutto concentrata all’immobilismo. Solo in questo modo riuscivamo a diminuire la sensazione di caldo afoso dei 31 gradi e 80% di umidità sia di giorno che di notte.
Il 16 maggio, quasi a  3 gradi di latitudine nord, è ripreso, prima debolmente poi in maniera stabile  l’aliseo di NE.
Bisognerebbe fargli un monumento a questa benedetta forza della natura che ti fa correre lungo gli oceani e che è stato uno dei motori più importanti della storia permettendo al nostro ligure di scoprire l’America ed iniziare un’epoca di viaggi e scoperte per tutta la nostra Europa.
Senza dimenticare le rotte commerciali che l’oriente e segnatamente la Cina percorrevano tra Asia ed Africa ben prima che a Colombo fossero affidate le tre caravelle.
Ora navighiamo da quattro giorni in pieno Aliseo che spira da NE tra 15 e
25 nodi. E sarà cosi probabilmente (Bob , il metereologo, conferma) fino all’arrivo.
Stiamo in bolina mura a dritta con rotta 335-345 sempre sbandati a sinistra, cosa che ha un unico pregio per la cucina: almeno non c’è il rischio che ti caschi la pentola addosso; ma la vita di bordo è faticosa perché per spostarsi anche all’interno della barca bisogna reggersi bene.
Immaginatevi che può succedere quando si è seduti sul w.c. !
Probabilmente ne avremo almeno per altri 10 giorni: il più lungo bordo di bolina mai fatto in vita mia.
Tre mila cinquecento miglia: molto più che andare da New York a Lisbona!
Paolo